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I nuovi primi passi del Sancarluccio

I nuovi primi passi del Sancarluccio

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La nuova apertura del Sancarluccio ha destato l’interesse della cittadinanza e delle istituzioni, nonché degli organi di stampa e comunicazione. La notizia rappresenta una vittoria simbolica ed effettiva sulla misera soluzione che avrebbe risolto il piccolo e glorioso palcoscenico di San Pasquale a Chiaia in un centro commerciale. Vendere-vendere-vendere: il motto  rischia di essere trasferito addirittura sui pacchetti di sigarette al posto dei consigli anti-cancro. Il motto in sé, tuttavia, è portatore di una non dissimile diagnosi: vendere per lavorare, dunque per esistere. I prodotti si accatastano in una piramide di gadget e “inutilerie”, l’immaginazione si concretizza al livello solido del prodotto, i desideri assumono forme che fanno leva sui bisogni. Il cane si morde la coda e la patologia si diffonde. In questo ambito critico va forse considerata la notizia dell’apertura dello spazio come luogo per l’uomo che rappresenta e per l’uomo che osserva, e non per il suo alter-ego mercantile.

Il Nuovo Teatro Sancarluccio ha aperto i battenti a Natale 2013 con l’apprezzatissimo Teatro-Canzone dei Virtuosi di San Martino, che attraverso il loro ardimentoso linguaggio che si fregia di altissimi richiami (Giorgio Gaber su tutti) hanno lanciato invettive al precario sistema etico-morale-politico-sociale del Belpaese. Il successo del concerto natalizio ha poi lasciato spazio alla dolce e tenera Eder Speranza, ideata e interpretata da Teresa Del Vecchio che ha mostrato gli alti e bassi, le eccitazioni e le depressioni di una giovane ragazza che vuol farsi donna attraverso l’amore e la stabilità. Il pubblico ha riso con Le Strane Storie Vesuviane di Eduardo Tartaglia, Veronica Mazza e Massimo De Matteo, un testo che si compone di due differenti e divertenti atti dalla straripante comicità, psicologica e farsesca. Il freddo inverno di gennaio è stato riscaldato dalla carica di un personaggio in caduta, spinto da bruttezza e angoscia, e sostenuto dal comico paradosso esistenziale che ne incornicia la vita: Gea Martire ha portato “Mulignane“, un testo molto comico sebbene legato al tema della violenza sulla donna, incentrato sull’evoluzione di una “femminuccia” bruttina e demotivata in un’avvenente protagonista della propria vita, bella, fiera e coraggiosa.  Su binari paralleli si muove la scrittura di Alan Bennett, messo in scena da un superlativo Stefano Jotti che ha reso le dinamiche e i rapporti di subordinazione tra l’individuo inadeguato e timoroso e la realtà. Tra insofferenze esistenziali e tragicomiche ipotesi di emersione si collocano i disgraziati, grotteschi e comici personaggi di Luciano Saltarelli che col testo “Maccarune” dà sfogo alla meschinità latente, quella che cresce nella miseria e coinvolge la miseria altrui.

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12 febbraio, 2014

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