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Juve – Napoli 1-3 – I pensieri di Peppe Miale

Juve – Napoli 1-3 – I pensieri di Peppe Miale

L’attore che sarà in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dal 9 al 12 ottobre 2014, parla dello spettacolo e dei suoi significati, delle emozioni e dei sentimenti che porta sul palcoscenico

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Ci sono giornate nella mia vita che difficilmente dimenticherò . C’è ne una che sono sicuro che mai e poi mai dimenticherò. Questa storia comincia con una frase esemplificativa in cui il protagonista narrante confessa che sa che esistono cose molto più importanti di una squadra di calcio e dell’amore per essa. Ed è affermazione che mi trova assolutamente d’accordo. Ma è vero anche che la sfera della razionalità non può esplicare l’ inesplicabile se si ritiene essere tale il tifo .Il tifo come sinonimo di comunanza, di punto d’incontro, di crocevia che accomuna in un’unica enorme piazza festante (ma anche “luttuosa”) ragazzi e anziani, ricchi e poveri, intellettuali e ignoranti(….).

Mio padre, i miei zii, mia madre, le mie zie, i miei cugini, le mie cugine, i miei migliori amici dell’adolescenza, tutti coloro che mi circondavano fin da bambino, tutti erano (e sono) tifosi del Napoli. A differenza delle grandi squadre di Milano, Torino, Roma, la simbiosi tra la Squadra e la città è totale perché si esprime nell’unicità della rappresentanza e nell’unicità della sofferenza trascorsa. Il Napoli nasce nel 1926 e per oltre 60-anni-60 sopravvive a se stesso tra improvvisi ed esaltanti momenti di gloria e più costanti e deprimenti sconfitte. Sconfitte terribili , sconfitte immeritate e per questo ancora più difficili da sopportare, sconfitte che negli anni hanno costruito nella povera e sofferente anima del “TIFOSO DEL NAPOLI” un complesso di inferiorità ma soprattutto di ineluttabilità della sconfitta.

Il Napoli magari giocava bene, magari vinceva partite importanti, magari era capace di lottare fino in fondo per raggiungere la vetta, ma c’era sempre un’asperità improvvisa, una sfortunato colpo di vento , un fosso imprevedibile che disarcionava l’amatissimo ciuccio dal compiere l’ultimo passo verso la sommità e godere finalmente il panorama. E più spesso che mai quell’asperità, quel refolo di vento, quel fosso , avevano due colori :il bianco ed il nero. La maglia della Juventus . anzi no. ‘A Maglia d’ ‘a Juve. Nel 1950, nel 1967,nel 1974 , nel 1981, nel millenovecentosempre il sogno di arrivare alla vetta più ambita e desiata , LO SCUDETTO, si era dissolto davanti a quel muro bianco e nero. Durante la mia adolescenza nulla mi ha procurato più dolore ( vero, fisico, viscerale) della Juventus, neanche gli sguardi negati delle ragazzine che sognavo. I colori bianco-neri, i non colori bianco-neri che inghiottivano i celestiali colori azzurri mi creavano dolore di stomaco al solo rappresentarsi nella mia mente.

Tutti questi “miei”sentimenti sono magicamente condivisi da Maurizio De Giovanni ,autore di questo racconto-verità, “La presa di Torino”, che narra di quella giornata di novembre del 1986 quando , dopo poche giornate di campionato vissute gomito a gomito con la Juventus, tutta la città accompagnò la squadra fino a Torino per sfidare il mito a casa sua. Avremmo perduto certo, ma avremmo combattuto. Avremmo pareggiato certo, e sarebbe stato meraviglioso. La verità era che nessuno di noi aveva capito fino in fondo che stavolta con noi non c’era Masaniello , c’era un uomo , un uomo vero, grande ,forte, c’era…….

sancarluccio

29 luglio, 2014

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