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Maccarune: risate, fame e disgrazia al Sancarluccio

Maccarune: risate, fame e disgrazia al Sancarluccio

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Un vortice comico travolge lo spettatore di Maccarune. Risate a ripetizione per le assurde vicende che legano tre disgraziati personaggi, morsi dalla fame e abbrutiti dall’inesorabile disperazione. Che infine dà il là all’uomo per meschine azioni e riprovevoli comportamenti. La trama noir in cui si fissano i grotteschi caratteri di Luciano Saltarelli è ospitata in una tradizionale cucina, luogo simbolo della tradizione domestica partenopea, stereotipo legato alla cucina, al mangiare: la fame è conseguenza di un’assenza. Quella di morale, il cui vuoto è colmato dalla scrittura che ne evidenzia le immediate conseguenze umane e sociali. La comicità corre sui binari del genere pulp: non una commedia tradizionale sebbene l’ambientazione si rivolga ai cliché (la cucina). Anzi: il testo sfugge alla netta categorizzazione, come buona parte del reale odierno, per costituirsi nello “sfrangiamento” di genere. Cioè: i tempi attuali non consentono l’ordine, la categorizzazione certa e precisa, si comportano più come i jeans che gli adolescenti di una certa generazione usavano sfilettare con le chiavi di casa (oggi si acquistano già “sfrangiati”). Spazio allora alla dark comedy, quella in cui si ride molto e nella quale la riflessione umana e sociale trova un felice trampolino. Il tuffo si realizza fuori del foyer, nel mare della realtà.

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11 febbraio, 2014

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